La cultura del tè in Corea
La cultura del tè in Corea ha una lunga e ricca storia e ha ricoperto una parte importante nella vita quotidiana sin dai tempi più antichi. Scopriamola insieme.

Cina e Giappone sono riconosciuti in tutto il mondo come i protagonisti indiscussi della cultura del tè. Grazie ad una storia millenaria, alle molteplici tipologie prodotte e agli affascinanti riti cerimoniali, questi due paesi asiatici stimolano l’attrazione e la curiosità di esperti, appassionati e neofiti del tè. Ben pochi, però, sanno che in estremo oriente anche la Corea gioca un ruolo cruciale nella produzione di tè premium di altissima qualità.
La cultura del tè in Corea ha una lunga e ricca storia e ha ricoperto una parte importante nella vita quotidiana sin dai tempi più antichi.
Secondo una leggenda, il tè arrivò in Corea nel II secolo dopo Cristo grazie un matrimonio: quello tra una principessa indiana e il re Suro. Non ci sono, però, fonti certe su come si presentasse il tè portato in dote dalla principessa.
Secondo altre testimonianze più recenti e più attendibili, il tè venne introdotto in Corea intorno al VI-VII secolo grazie ai contatti tra i monaci buddisti e la Cina. I monaci, di ritorno in patria dopo anni di studio, portarono il tè e l’arte di prepararlo durante le cerimonie di stato o per accompagnare la meditazione. Nell’anno 828 d. C. , che coincide con la dinastia cinese Tang, al re coreano Heundok vennero portati in dono dei semi di Camellia Sinensis. Questi, successivamente, furono piantati nella regione di Hadong lungo le pendici della catena montuosa del Jirisan.
Gli scambi religiosi, commerciali e culturali tra Cina e Corea si fecero sempre più frequenti durante la dinastia successiva e, di conseguenza, anche la pratica del tè venne influenzata dallo stile cinese Song: il tè veniva macinato fino a diventare una polvere finissima e mescolato con un frustino per ottenere una schiuma molto densa.

IL TÈ DELL’ÉLITE
Nel XIV secolo, invece, ci fu una battuta d’arresto: il confucianesimo sostituì il buddismo, i templi furono distrutti e la cultura del tè venne bandita. Alcuni monaci tornarono alla vita civile, mentre altri si rifugiarono in remoti templi di montagna per continuare a tramandare segretamente le loro tradizioni, tra cui quella del tè.
Inoltre, l’invasione giapponese (1592-1597) causò ulteriori devastazioni e sconvolgimenti e il tè scomparve dalla vita coreana. Ancora una volta, i monaci buddisti e una ristretta élite intellettuale furono i custodi di questa antichissima cultura, celata come un piccolo segreto da proteggere.
Solo con l’indipendenza della Corea nel 1945, il patriota nonché monaco e studioso buddista Venerabile Hyodang Choi Beom-sul piantò nuove piante di tè, insegnò la pratica in tutto il Paese introducendo il Panyaro, un nuovo stile di cerimonia Zen. Ancora oggi, l’istituto Panyaro insegna la Via del Tè, attraverso la naturalezza e la semplicità. Oggi la cultura del tè è divulgata attraverso corsi accademici, festival e conferenze e sta nascendo un nuovo e rinforzato interesse in tutto il Paese.
Nonostante questa nuova rinascita, il tè coreano resta un prodotto di nicchia poco conosciuto nel mondo occidentale e difficile da reperire al di fuori del paese di origine per l’imprinting élitario e molto colto, per la produzione limitata e, di conseguenza, i prezzi molti elevati.

LA COLTIVAZIONE DEL TÈ
I tè verdi prendono il nome dal periodo di raccolta. I migliori, quelli raccolti prima del 20 aprile, sono chiamati Woojeon e i loro teneri germogli regalano in tazza dolci e delicate note vegetali, un ricco umami e un liquore vellutato, quasi burroso.
Il secondo raccolto, chiamato Sejak, viene prodotto con gemme leggermente più grandi e tenere foglioline selezionate a mano tra il 20 aprile e il 5 maggio. Il liquore di un colore verde-oro, è leggermente più intenso, con un gusto complesso che ricorda la frutta secca e delicate note agrumate. A seguire, dopo il 20 maggio, abbiamo il Jungjak e, per ultimo, il Daejak, il quarto raccolto ottenuto dalle foglie più mature e coriacee di fine estate.
La tecnica di cottura più diffusa per produrre i tè verdi coreani vede la compresenza di una leggera vaporizzazione, seguita da una cottura di padella in grandi wok. Seguono le fasi di rullatura e di essicazione finale. Questa tecnica mista li rende unici, proprio per la loro complessità data dall’unione armonica di fresche note vegetali e nocciolate.
Solo il Jeoncha è uno speciale tè verde simile nell’aspetto e nel gusto al Sencha giapponese poiché viene cotto con lo stessa tecnica al vapore, seguita da una rullatura intensa che imprime alle foglie la tipica forma ad ago stretto.
Oltre al tè in foglia, si producono anche piccole quantità di Garu-cha, tè verde in polvere molto simile al matcha giapponese.

I TERROIR
Le tre zone di produzione più rinomate e famose per l’alta qualità dei tè sono: Hadong, Boseong e l’isola di Jeju. Ciascuna offre varietà botaniche e tecniche di lavorazione che contribuiscono alla diversità dei raccolti. Il tè coreano è prevalentemente verde, ma alcuni produttori lavorano anche i tè neri ossidati (i Balyo-cha, assolutamente da provare per le calde note di cioccolato, vaniglia, miele e fruttate), i tè parzialmente ossidati (i Hwang- cha dalle calde note tostate) e i tè fermentati e pressati (con i tipici sentori torbati e di liquirizia).
Hadong è il terroir più antico e qui, come in altre zone coltivate del sud del Paese, si trovano ancora piante antiche e selvatiche di Camellia Sinensis. Il tè di Hadong è conosciuto come il tè del re, perché proprio qui il re Heundok ordinò di piantare i semi nel lontano 828.
Lungo le pendici dei monti, un tè verde di alta qualità viene prodotto in modo ancora tradizionale.
Boseong è la più grande regione di coltivazione ed è famosa per la bellezza dei suoi giardini curvilinei che con eleganza seguono i contorni delle colline. Se siete amanti del tè verde, Boseong dovrebbe essere al primo posto nella vostra lista dei luoghi da visitare in Corea. Ma anche se non lo siete, per il fascino del paesaggio, Boseong dovrebbe essere lo stesso in cima alla vostra wish list! Dal 2013 ad oggi ci sono stata tre volte e in ogni occasione ho scattato centinaia di foto! Il primo momento “wow” da immortalare arriva non appena si raggiunge la base della piantagione e si guarda verso l’alto. Poi ne seguono infiniti appena si gira intorno lo sguardo.
Una buona occasione per organizzare una visita è durante il Boseong Green Tea Festival con stand che espongono e vendono tè, visite guidate nelle piantagioni, numerose occasioni di partecipare alle cerimonie tradizionali o di degustare snack e gelati a base di tè verde.
L’isola di Jeju, situata al largo della costa sud-occidentale, è conosciuta per le condizioni climatiche e geografiche uniche e ideali per la coltivazione della Camellia Sinensis.
Chiamata “isola degli dei” dalla popolazione locale, si è formata circa 2 milioni di anni fa quando un vulcano sottomarino ha eruttato.
Nel 2007, con i suoi iconici tubi di lava, è stata riconosciuta come patrimonio mondiale dell’Unesco, diventando una meta turistica molto ambita per la bellezza del suo ecosistema. L’isola ospita, infatti, più di 2.000 specie vegetali e questa complessità contribuisce ai diversi aromi e sapori dei tè più pregiati.
Molti visitatori hanno l’opportunità di visitare le piantagioni, partecipare a degustazioni e approfondire attraverso attività didattiche la produzione del tè che sempre più è diventata una parte significativa dell’attrattiva turistica di quest’isola vulcanica.
Inaugurato nel 2001 e primo in Corea, il Museo del Tè di Osulloc è un vero fiore all’occhiello. Diffonde la cultura del tè ad oltre due milioni di visitatori all’anno e, all’interno della sua Tea House dallo splendido design, propone cerimonie e una cucina rivisitata al tè per vivere un’esperienza autentica e immersiva nella tradizione coreana.
Siete pronti a partire verso questi luoghi da sogno da visitare assolutamente una volta nella vita?

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