CAFFE’: UNA QUESTIONE DI PREZZO

Gianmarco Vassalli

caffè e soldi

Il mercato del caffè vale oltre 430 miliardi di dollari all’anno, e dà lavoro a quasi 120 milioni di persone in tutto il mondo. Non a caso, dopo il petrolio, il caffè è la merce più scambiata a livello globale. Da più di 30 anni, ogni giorno a Londra, New York e Singapore si negoziano i prezzi delle varietà di Arabica e Robusta. I prezzi del caffè sono così variabili perché subiscono molte influenze esterne di varia natura: sociali, ambientali, storiche, geopolitiche ed economiche. 

Oggi viviamo un momento di profonda crisi legata a vari eventi, primi fra tutti il Covid e il conflitto Russo-Ucraino, e il caffè continua ad essere una bevanda molto consumata e quindi una merce sulla quale i trader speculano enormemente.

Per capire la storia della volatilità dei prezzi del caffè, è fondamentale prima di tutto conoscere tre elementi chiave che hanno caratterizzato l’industria del caffè nella storia moderna:

  1. la prorompente ascesa del libero mercato nell’economia globale degli anni ‘90; 
  2. la crescita esponenziale del mercato del caffè negli ultimi 50 anni;
  3. le problematiche socio-politiche e ambientali dei paesi produttori.

piantagioni di caffè

LA PROROMPENTE ASCESA DEL MERCATO LIBERO NELL’ECONOMIA GLOBALE DEGLI ANNI ‘90 

Dal 1963 fino al 1989, il mercato del caffè veniva regolato dagli Accordi internazionali sul caffè (AIC). L’idea di regolamentare tale mercato nacque nel contesto della ricostruzione economica post guerra mondiale, con il bisogno di mantenere stabile il prezzo del caffè per le parti coinvolte nella sua produzione, importazione e lavorazione. Si decise così di fissare un prezzo indicativo attribuendo specifiche quote di esportazione ad ogni paese esportatore; se il prezzo stabilito scendeva al di sotto del prezzo obiettivo, le quote venivano ridotte, mentre se lo superava, le quote venivano aumentate. In questo modo i consumatori potevano sempre avere un approvvigionamento regolare di caffè sulla base di prezzi remunerativi per i produttori. L’accordo definiva i prezzi di esportazione in base a fasce di prezzo annuali per l’Arabica e la Robusta, con dei fondi di diversificazione agricola (coltivazioni di cereali e frutta)  in caso di una sovrapproduzione elevata.

Con l’avvento del liberalismo sfrenato e con la voglia dei consumatori di provare  caffè più “Speciali”, dal 1989 in poi l’Organizzazione Internazionale del Caffè (ICO) non è più riuscita a concordare le quote di esportazione, causando la fine di questi accordi. Infatti, l’assegnazione delle quote di esportazione in base ai volumi di produzione terminò per favorire la sovrapproduzione a scapito della qualità. Grazie al libero mercato, i consumatori avevano sviluppato un gusto nuovo, più complesso e raffinato, e iniziavano a preferire la morbida e fruttata Arabica rispetto alla più terrosa e corposa Robusta. Questo cambio di gusto ebbe conseguenze sui prezzi delle due varietà portando ad un aumento del prezzo dell’Arabica a discapito della robusta, infatti il prezzo indicativo della Robusta passò da 1,34$ per libbra nel 1989 ad una media di 0,77$ per libbra nel 1995, il prezzo scese di circa il  75% in cinque anni. 

LA CRESCITA ESPONENZIALE DEL MERCATO DEL CAFFÈ DAL DOPOGUERRA 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la produzione media annuale di caffè nel mondo ha superato i 100 milioni di sacchi. Negli ultimi 50 anni, il tasso di crescita medio annuo del consumo di caffè è stato dell’1,9% e negli ultimi due decenni è salito al 2,2%. Questo incremento significa che dal 1964 la dimensione del mercato del caffè è aumentata del 190% (da 57,9 a 166,5 milioni di sacchi). La continua espansione di piccole torrefazioni indipendenti che prediligono l’uso di caffè specialty a prezzi elevati per il pubblico, e il continuo aumento di consumo di bevande a base di caffè nei mercati asiatici e africani, da sempre grandi bevitori di tè, confermano questo trend in crescita.

Un sacco di caffè standard pesa tra i 60 e i 70 kg, quindi si può facilmente dedurre il peso di questa industria nel panorama mondiale. Dal 2015 si producono circa 9 milioni di tonnellate di caffè l’anno. E nonostante la pandemia, si prevede una crescita del settore fissa all’8,3% per i prossimi cinque anni.

Fattori come l’aumento della popolazione che consuma caffè fuori casa, l’aumento delle vendite al dettaglio attraverso l’ e-commercela crescente domanda di caffè specialty (Arabica 100%), il basso tasso di natalità dei paesi più ricchi (quindi una maggior popolazione adulta in grado di consumare) e l’aumento del consumo di caffè verde nelle economie emergenti sono chiari segnali che, nonostante la Pandemia ancora in atto, il mercato del caffè non si ferma.

caffè e soldi

LE PROBLEMATICHE SOCIO-POLITICHE E AMBIENTALI DEI PAESI PRODUTTORI 

Quando si parla del prezzo del caffè, ci sono fattori esterni determinanti che bisogna sempre tenere in considerazione. 

Le colture di caffè, soprattutto se in altitudine, presentano una sensibilità elevata ai cambiamenti climatici. Siccità, gelate ed altri eventi naturali comportano una drastica riduzione nella sua  produzione e ciò comporta una minore offerta, che a sua volta avrà un impatto sul prezzo finale. 

Un altro elemento che bisogna analizzare è il costo logistico del caffè. Per trasportare il caffè dai paesi produttori verso i paesi consumatori si ha bisogno di carburante; per tostare il caffè si ha bisogno di gas. Attualmente, tra le lunghe giornate spese a casa a causa del Covid, con relativo incremento nel consumo di energia e il problematico conflitto Russia-Ucraina, i prezzi del petrolio e del gas sono aumentati vertiginosamente. Quando il prezzo del petrolio e del gas sono elevati, il trasporto e la tostatura del caffè non diventano più elementi trascurabili. Più cresce il prezzo delle fonti energetiche tradizionali, più aumenta il prezzo del caffè nello stock market. 

Nell’ultimo anno,  il prezzo del chicco nero è lievitato del 25%,  a causa dei turbolenti episodi politici della Colombia (terzo produttore di caffè al mondo) e ad una forte siccità seguita da gelate negli stati produttori del Brasile (primo produttore al mondo ). Tali problematiche hanno colpito soprattutto la varietà più pregiata, l’Arabica, difficilmente reperibile al giorno d’oggi nei mercati. Nella borsa di New York, la libbra di Arabica brasiliana è arrivata a 1,32$ e non è mai stata così cara negli ultimi quattro anni. Lo scorso Ottobre i volumi di Arabica nei magazzini ufficiali dell’Intercontinental Exchange sono diminuiti del 9.1%. Per la Robusta che è una pianta più semplice da coltivare e quindi meno soggetta ai cambi climatici, le cose sono andate meglio anche se si è ugualmente registrata una caduta  del 4,9% negli stock.

Per quanto riguarda la Colombia, il 2020 è stato un anno di profonda crisi e tensioni politiche costanti. Vi sono state numerose manifestazioni pubbliche contro la violazione dei diritti umani perpetrate dal governo conservatore di Duque che non ha mai riconosciuto i patti di pace stabiliti dall’amministrazione  precedente. Queste manifestazioni sono state represse violentemente, causando varie morti e paralizzando l’economia del paese e quindi anche quella del caffè. 

Tornando al Brasile, la mancanza d’acqua nelle regioni leader della produzione del caffè quali San Paolo, Minas Gerais, Parana, Espiritu Santo, che  hanno sempre goduto di ottime condizioni ambientali per tali colture, insieme alla mancanza di manodopera stagionale per la raccolta a causa del Covid, ha portato ad un calo del 30% della produzione di Arabica Brasiliana. Se consideriamo che il Brasile è  da solo responsabile di un terzo della produzione globale di caffè Arabica, tale dato preoccupa. In totale, le previsioni di esportazione nel periodo giugno 2021-giugno 2022, sono di 38,2 milioni di sacchi d’arabica rispetto ai 45 dell’anno precedente. Inoltre in un contesto di continua crisi economica, le posizioni politico-ambientali estreme di Bolsonaro e il suo iniziale negazionismo del Covid, hanno decisamente aggravato ancora di più la situazione di crisi dell’ caffè.

In sintesi, il crollo degli Accordi Internazionali del caffè, seguito da un libero mercato sempre meno controllato dove regna la speculazione finanziaria e un fragile contesto politico-economico degli stati produttori, ha danneggiato enormemente gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo in cui si produce il chicco, ai quali non vengono riconosciuti prezzi giusti per il loro prodotto così amato nel mondo.

Nel prossimo articolo esploreremo meglio i seguenti temi: come la volatilità del prezzo del caffè favorisca un continuo gap tra paesi produttori/esportatori e paesi consumatori/importatori.

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