Dopo due anni torna l’Oktoberfest, e festeggia i 150 anni della birra Märzen
Anche chi non c'è mai stato la conosce, perché è la festa della birra per antonomasia. 6 milioni di visitatori, 100.000 posti a sedere su 420.000 mq, 7 milioni e mezzo di boccali di birra. Il tutto, in soli diciassette giorni. Dopo due anni di pausa causa pandemia, finalmente riapre i battenti.

Anche chi non c’è mai stato la conosce, perché è la festa della birra per antonomasia.
6 milioni di visitatori, 100.000 posti a sedere su 420.000 mq, 7 milioni e mezzo di boccali di birra, 75.000 bayerische haxen (stinco alla bavarese), 1.100.000 hendl (mezzo pollo allo spiedo) e 280.000 Würstel.
Il tutto, in soli diciassette giorni.
Questi mastodontici numeri non possono che riferirsi all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, la più grande kermesse brassicola al mondo. Dopo due anni di pausa causa pandemia (in 212 anni è saltata solo 23 volte, per futili motivi come guerre napoleoniche, colera e guerre mondiali…), finalmente riapre i battenti.
FESTA NUZIALE CON POCA BIRRA
È il 12 ottobre del 1810, ed un italiano (sì, hai letto bene, un Italiano!), Andrea Michele Dall’Armi, banchiere di Trento trasferitosi a Monaco, per festeggiare le nozze fra il Principe Ereditario Ludovico Carlo Augusto dei Wittelsbach, noto come Re Ludovico I di Baviera, e la principessa Teresa von Sachsen-Hildburghausen di Sassonia, organizza, cinque giorni di feste, pubbliche e private.
Quando c’è da festeggiare, non ci batte proprio nessuno!
L’ultimo di questi appuntamenti pubblici, culmine dei festeggiamenti nuziali, chiamato Oktoberfest, (letteralmente festa d’ottobre), si svolge in un semplice prato (“wiese” in tedesco) nella periferia della Città, poi ribattezzato Theresienwiese, in onore della sposa. Qui si tiene una corsa equestre, a cui assistono 40.000 Bavaresi e la famiglia reale al gran completo. I festeggiamenti riscuotono un tale successo in tutta la regione, che Re Massimiliano I, padre di Ludovico, chiede di ripeterli l’anno successivo, facendoli diventare un appuntamento fisso e tradizionale.
Fino al 1818 fu organizzata da privati, e l’anno successivo la Città di Monaco, intravedendo la possibilità di attirare migliaia di turisti, e rimpinguare così le casse municipali, ottiene i diritti sull’evento.

UN VERO E PROPRIO LUNA PARK
Il Wiesn degli albori (così viene chiamato dai monacensi) è ben diverso da quello attuale, ed il fulcro, per più di mezzo secolo, che tu ci creda o no, non è affatto la birra.
Dalla seconda edizione, viene inserita la Fiera Agraria (oggi organizzata solo ogni quattro anni, un po’ come Olimpiadi e Mondiali), per promuovere l’agricoltura e l’economia bavarese, di cui la Landwirtschaftliche Verein in Bayern (neonata Associazione Agricola della Baviera) è organizzatrice per due edizioni.
Nel 1818 vedono la luce la lotteria, le giostre e le altalene, oggi immancabile fulcro della manifestazione con il grande Luna Park, che conserva ancora attrazioni dei primi del ‘900, il cui innegabile simbolo, dal 1979, è il Riesenrad, la famosa ruota panoramica che porta a 50 metri d’altezza.
Nel 1826 si introducono gli spettacoli pirotecnici, e dal 1869 viene inserito anche un piccolo teatro granguignolesco, il Schichtl, ancora in funzione.
SALDI DI FINE STAGIONE
“Ma la birra?”, mi dirai tu…
La bionda bevanda arriva solo dalla settima edizione, nel 1818, e la si può trovare (e bere), in forma molto ridotta, in piccole e fatiscenti baracche o banchi di legno, grazie alla fusione con una più ben radicata traduzione brassicola, che si svolgeva dentro le mura della Città. Prima di allora la birreria più vicina distava più di 3 km dal Theresienwiese.
Quali birre? Munich Dunkel, dirai tu, la tradizionali birra monacense! Ahi ahi ahi Signora Longari, sbagliato! La Ur- Märzen!
In Baviera, fin dal 1533, per editto del Duca Alberto V (e non per l’Editto di Purezza sempre citato a sproposito!), era proibito birrificare da San Michele a San Giorgio (23 aprile – 29 settembre), sia per motivi di sicurezza pubblica (si brasava a fuoco vivo in edifici in legno…che è un po’ come guidare come un pazzo a fari spenti nella notte), che di igiene (in un mondo senza frigoriferi, la birra poteva facilmente soccombere a batteri e lieviti selvaggi).
I Birrai facevano grandi scorte di birra nel mese di marzo (da cui il nome), per poter affrontare tutta l’estate.
Questa birra, pur non avendo uno Stile ben preciso, era più forte, più alcolica, più luppolata e più corposa rispetto alla normale produzione, per cercare di resistere al meglio alla Bella Stagione. E giunto il 29 settembre, riaprendo gli impianti, serviva svuotare i magazzini da tutte le rimanenze di Birra vecchia. Cosa meglio di una Festa della Birra?

TANTI AUGURI MÄRZEN
Questo fino al 1872, quando viene presentata la Birra destinata a cambiare per sempre l’Oktoberfest.
Nel 1833, due giovani rampolli di famiglie birrarie, il bavarese Gabriel Sedlmayr (alias Mr. Spaten) e Anton Dreher (il nome forse vi dice qualcosa), vengono spediti per il loro Gran Tour (ancora molto in voga all’epoca nelle famiglie nobili e della ricca borghesia) in giro per l’Europa.
Buona parte del tempo lo passano in Inghilterra, faro brassicolo indiscusso dell’epoca, dove, grazie alla rivoluzione industriale, sono nate, in un mondo di Birre scure, le prime Pale Ale (birre pallide), le famose Burton Ale. I due trovarono porte aperte in tutti i più importanti birrifici britannici, orgogliosi di mostrare all’Europa i loro risultati e le loro scoperte, dall’utilizzo del carbon coke, alla creazioni dei malti Pale, grazie all’avvento del Black Patent, il primo forno per cereali senza contatto diretto con il fumo di combustione, rendendo il malto più chiaro e privo di sentori affumicati.
Gli ingenui Brewers di Sua Maestà non furono però ripagati con egual moneta, poiché la giovine coppia di Braumeister alemanni trasformarono il loro viaggio in vero e proprio spionaggio industriale, altro che Mata Hari!
Gabriel ed Anton sono il Gatto e la Volpe. Copiano tutto: prendono di nascosto le temperature con un termometro, e possiedono addirittura dei bastoni da passeggio col doppio fondo.
Uno distrae il birraio, e l’altro, col bastone, ruba un campione di mosto o di Birra da analizzare con calma una volta giunti in albergo (…alla faccia del “succede solo in Italia?”. La prossima volta che incontri un Tedesco che ti dice “Italia, pizza, spaghetti, mafia” ricordaglielo!). Tornati in patria, grazie a tutte queste “scoperte” (fai le virgolette con l’indice ed il medio delle tue mani), dopo alcuni anni di studio, nel 1841 Dreher inventa la Vienna, e Sedlmayr delinea i canoni dello Stile della Märzen.
La versione sarà perfezionata fino al 1872, quando, col nome di Oktoberfestbier, inventato dalla Spaten per l’occasione, viene presentata la release 2.0 a Monaco. È un successo assoluto, tanto da farla diventare la Birra ufficiale della manifestazione, e da obbligare tutti gli altri birrifici a produrne una per partecipare.
ANCHE I MITI PASSANO
Successo ininterrotto fino al 1976, anno in cui la Paulaner, concorrente di Spaten, cambia le carte in tavola. L’ex-Birrificio dei Monaci Paolini (ricordiamo, con orgoglio, partiti dalla Calabria) vuole vendere più Birra; capisce che la Märzen è troppo ricca.
Per fare 7 milioni e mezzo di boccali ci vuole ben altro, e presenta la sua Festbier, una versione più chiara, meno maltata, più leggera, meno alcolica e con una attenuazione quasi totale (una sorte di Helles della domenica), in modo da poterne bere (e vendere) molta, ma molta di più. Il termine Festbier, come quello di Märzen, esisteva già, ma indicava, nella cultura teutonica, qualunque Birra speciale legata ad una festa, senza soluzione di continuità, dalla Birra di Natale alla Pentecoste. La lotta prosegue, a senso unico, fino al 1990, anno in cui la Märzen scompare definitivamente dal Wiesn.
E BIRRA SIA!
È il 1880 l’anno in cui la Birra diventa, finalmente, il core-business dell’Oktoberfest, e si pongono le basi della versione moderna. Il Comitato cittadino crea delle apposite licenze per i birrifici, che devono rispettare due fondamentali regole: essere prodotte nella Città di Monaco, e rispettare il Reinheitsgebot, il fantomatico Editto di Purezza, per poi aggiungerne, più tardi, una terza, produzione minima annua di 15.000 hl.
Questo, negli anni, fa sì che, causa chiusure, fusioni ed acquisizioni, rimangano, novelli Highlander (ne resterà solo uno!), le note “Sei Sorelle”, cioè i soli Birrifici oggi autorizzati alla vendita di birre durante i 16 giorni del Wiesn, ed a fregiarsi, per le proprie Birre, del titolo di Oktoberfestbier: Augustiner, Hacker-Pschorr, Hofbräuhaus, Löwenbräu, Paulaner e Spaten.

IL WIESN COME LO CONOSCIAMO OGGI
La nascita dell’Oktoberfest moderno ha perà un vero e proprio padre (per la seconda volta, non Bavarese, Oh-My-God!), che risponde al nome di Georg Lang. Corpulento e baffuto locandiere di Hadermühle, distretto di Norimberga, Franconia, regione da sempre in aspro dissidio con la Baviera, ha in testa, come Cesare Ragazzi, un’idea meravigliosa. Imprenditore caparbio e visionario, anche se non proprio uno stinco di santo, è il primo ad immaginare, e realizzare, quello che sarà il prototipo dell’Oktoberfest odierno, dal suo clima ai suoi riti.
Nel 1898, grazie a truffe e corruzioni (ed anche qui, ricordatene la prossima volte che un Tedesco…), riesce ad ottenere la licenza per un lotto di terra al Theresienwiese, con un solo voto contrario di un magistrato, pur non essendo monacense, requisito “teoricamente” sine qua non, e non rispettando nemmeno le normative richieste per la partecipazione.
Sette anni prima, il locandiere monacense Michael Schottenhamel, la cui famiglia possiede un banco all’Oktoberfest dal 1867, aveva avanzato un progetto di tendone molto simile, bocciato dal Comitato. Poi, grazie a quattro presta-nome, acquisisce altri lotti adiacenti al suo, demolisce le baracche, e costruisce il Bayerische Riesenhalle (la sala gigante bavarese), il primo grande tendone della storia.
1.000 mq, 6.000 posti a sedere, 120 dipendenti, 20 volte più grande di qualunque banco presente al Wiesn fino ad allora. All’interno del tendone, una orchestra, di ben 30 elementi, la Oberland Brass Band, su un apposito palco, suona gratuitamente dal vivo, dalle 10.00 del mattino, alle 23.30, di cui spesso lo stesso Herr “Krokodil” (nomen omen… coccodrillo in tedesco, questo era il suo soprannome) faceva da direttore.
“Ein Prosit der Gemütlichkeit” di Georg Kunoth, la Wiesnlied più famosa, tanto da diventare oggi l’inno dell’Oktoberfest, acquisisce la propria fama leggendaria grazie a Lang, che distribuisce 50.000 libretti con il testo delle canzoni, per invitare i partecipanti a cantare. Le orchestre del tempo erano prive di cantanti per la difficoltà di reperire microfoni (inventati da pochi anni, 1870, proprio da un tedesco, Emile Berliner), e facendo così, gli stessi avventori si trasformano in coro, divertendosi e stazionando maggiormente, ed invogliando, a loro volta, altri clienti a parteciparvi, bevendo e spendendo più marchi!
Se vuoi avere una idea, seppur romanzata, del clima dell’epoca e degli albori della festa, se ancora non l’hai visto, cerca su Netflix la miniserie “Oktoberfest, Sangue e Birra”, ispirata proprio alla vita di Lang. La Bayerische Roesenhall diventa l’attrazione principale, e tutti gli osti ed i birrifici devono correre ai ripari, dall’anno successivo, seguendo ed emulando l’esempio di Georg, creando il Wiesn moderno.

Si può perdere una battaglia, ma vincere la guerra, e gli Schottenhamel hanno comunque avuto la loro rivincita. Oggi la Schottenhamel-Festhall è l’iconico tendone dove, alle ore 12.00 del giorno d’apertura, dopo 12 colpi di petardi, si svolge il rito d’apertura dell’ “O’Zapft is!”
Il Sindaco della Città, a suon di gran martellate, inserisce lo zwickl (rubinetto) nella botte inaugurale, pronuncia “O’Zapft is! Auf eine friedliche Wiesn!” (È stappata! Che sia una bella festa!”), spilla il primo boccale e lo serve al Presidente del Länd di Baviera, dando il via ai festeggiamenti.
Ci vediamo a Monaco, Zum Wohl!
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