BIRRA E SOSTENIBILITÀ: UN INCONTRO DIFFICILE

Samuel Pojer

Sostenibilità nel mondo della birra: un incontro difficile

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un’esplosione di due fenomeni che riguardano il mondo del vino e della birra. 

Due movimenti che trovano nella produzione su piccola scala e nella ricerca di qualità i loro principi fondanti. Sono nate centinaia di cantine di vini naturali e birrifici artigianali e agricoli.

 Mentre le prime utilizzano come cavallo di battaglia per lo storytelling dei loro prodotti la naturalezza e il rifiuto dei prodotti chimici, i birrifici non puntano su questi fattori per differenziarsi dalle birre industriali.

 Questo, in ogni caso, non significa assolutamente che non esistano produttori di birra che non abbiano un occhio di riguardo verso la sostenibilità e il rispetto del nostro pianeta. 

Esiste, infatti, una piccola nicchia di birre artigianali e agricole che sono biologiche, eppure questo movimento non è in fermento come quello del vino. 

Per quale motivo si è arrivati a questo punto?

 

QUALCHE INFORMAZIONE A LIVELLO LEGALE

 Prima di addentrarci nella spiegazione del motivo per cui non è così facile trovare una controparte

biologica e se ha senso parlare di sostenibilità per questa bevanda, facciamo un po’ di chiarezza.

Qual è la differenza tra birra artigianale e agricola?

Seguendo la definizione del DdL S.1328-B del 2016 per artigianale si intende “una birra che viene prodotta da un birrificio indipendente il quale non supera i 200.000 ettolitri di produzione annua.”

Inoltre la birra artigianale non subisce pastorizzazione o microfiltrazione.

Un birrificio agricolo, invece, è tale quando all’interno dell’azienda si utilizza almeno il 51% di malto prodotto in proprio (Decreto Ministeriale 212/2010).

Oltre alle agevolazioni fiscali di cui le piccole aziende possono usufruire, scegliere di essere un birrificio agricolo è una buona notizia per tutti. Soprattutto per il pianeta.

Si riducono drasticamente i food miles, ovvero i km percorsi dal cibo per arrivare in tavola e anche noi consumatori siamo più consapevoli di ciò che acquistiamo.

Un birrificio agricolo può anche richiedere l’ottenimento del certificato “Birragricola”, un marchio collettivo d’origine e di qualità istituito dal COBI, il Consorzio Italiano dei produttori dell’Orzo e della Birra, nato nel 2003. 

Questo dà una certificazione del fatto che il malto utilizzato è stato coltivato almeno per il 70% in proprio, oltre all’utilizzo di tecniche agricole di qualità e l’approvvigionamento di ingredienti aromatizzanti a livello locale. 

 In breve, si può dire che i birrifici agricoli rappresentano un sotto-gruppo dei birrifici artigianali.

C’è da dire, però, che questi tipi di aziende costituiscono una percentuale davvero piccola rispetto a quello che è il panorama mondiale brassicolo, con le grandi aziende che si spartiscono le fette di mercato più grosse.

MALTO, LUPPOLO E ACQUA: QUALCHE DATO

Parlare di sostenibilità nel mondo brassicolo non è un discorso immediato per diverse cause. 

In primo luogo lo sfruttamento esorbitante delle risorse del pianeta.

 Se il vino ad esempio ha bisogno di poca acqua per essere prodotto, sia in vigna che durante la vinificazione, per la birra lo sforzo idrico richiesto è incredibilmente superiore.

 Sono necessari tra i 45L e i 150L per produrre un litro di birra, e circa il 90% viene utilizzata per le coltivazioni degli ingredienti!

Uno studio del 2009 del WWF riporta che il birrificio sudafricano SABMiller, ormai acquistato da AB InBev, per ottenere un litro di alcune delle sue birre, utilizzava fino a 155 di acqua.

Dei numeri che spaventano soprattutto se si considera che l’azienda è la più grande in Sudafrica.

Come si può ridurre l’utilizzo di acqua in questo caso? 

Principalmente in due modi: anzitutto, un approccio più ragionato delle irrigazioni può portare a enormi risparmi.

E’ l’obiettivo prefissato da AB InBev, l’azienda di birra più grande al mondo, per gli anni a venire. 

 Come si può leggere nel report produttivo del 2018, infatti, è stato lanciato il programma “2025 Sustainability Goals”, che prevede un’agricoltura smart e una gestione etica dell’acqua, attraverso collaborazioni dirette con gli agricoltori.  

 L’altra possibilità è quella di riciclare l’acqua di scarto che si crea durante la birrificazione per essere riutilizzata in agricoltura: esistono infatti degli impianti che permettono un recupero delle acque di scarto fino al 90%. 

 L’utilizzo di questi macchinari diventerà indispensabile nel futuro, soprattutto se si pensa ai numeri delle aziende più grandi. 

Nel 2019, ad esempio, AB InBev ha prodotto ben 561 milioni di ettolitri di birra

 Altra problematica è legata alla reperibilità degli ingredienti che devono necessariamente essere importanti in alcuni casi per soddisfare delle produzioni in larga scala.

 Questo ovviamente, a seconda del luogo di produzione, può provocare degli scompensi nell’impronta ecologica poco rispettosi del pianeta.

 Se ci limitiamo soltanto al caso dell’Italia, ad esempio, scopriamo che nel 2018 sono state importate ben 144.896,220 tonnellate di malto, principalmente dalla Francia e dalla Germania, contro una produzione interna nazionale di 80.000 tonnellate, e quasi il 100% del luppolo necessario alla produzione, con un’importazione di 3.320,830 tonnellate: entrambe le importazioni sono aumentate rispetto all’anno precedente. 

 Una possibile soluzione per ridurre l’importazione degli ingredienti, oltre all’ovvio aumento della produzione nel territorio nazionale (lo stesso discorso si può fare per il luppolo), può essere l’utilizzo di pane raffermo.

Questo va infatti a sostituire parte del malto utilizzato in ricetta, come per le birre Biova, di una brew firm a Melle, in Piemonte e AncestrAle del birrificio Alta Quota a Rieti, nel Lazio.

Vogliamo citare anche il caso di Ibrida, la birra “buona come il pane” nata dall’idea di quattro giovanissimi ragazzi che riutilizzano le eccedenze del pane invenduto delle panetterie locali di Milano.

Definiscono la loro birra di quartiere perché è realizzata per e con le aree in crescita della città, al fine di incoraggiare forme di innovazione economica e sociale sul territorio

Un modo creativo e originale di combattere il food waste (spreco di cibo), una grande piaga che stiamo affrontando in questi anni.

 

 LA MANCANZA DEL BIO

 Le alternative biologiche esistono, ma sono poche per diverse ragioni.

Innanzi tutto i birrifici agricoli che compiono sia l’attività di coltivazione che di birrificazione sono davvero pochi rispetto alle grandi aziende che dominano il mercato. 

 Questo comporta anche il poco controllo che si ha nella fase di coltivazione delle materie prime: convertirsi al biologico per molti agricoltori è un costo in più al netto di produrre di meno. 

I ricavi saranno più alti ma il cambiamento e l’adattamento a nuove tecnologie non sono sempre accolti così facilmente. 

In alcune zone del mondo, oltretutto, è davvero difficile trovare gli ingredienti coltivati in biologico, ad esempio negli Stati Uniti, solo lo 0,01% del luppolo e lo 0,02% dell’orzo lo erano nel 2016. 

 Sono numeri talmente bassi che diventano praticamente irrilevanti. Oltretutto, il biologico alza i costi di produzione in tutte le parti della filiera; mentre grandi aziende possono permettersi di sostenere spese più elevate, i micro-birrifici solitamente non hanno grande capitale per affrontare costi più alti.

Con una maggiore consapevolezza ed educazione rispetto all’ambiente e agli sprechi che questa bevanda comporta, è probabile che in futuro ci sarà maggior fermento anche intorno alle birre biologiche.

Soprattutto considerando i “Sustainable Development Goals” prefissati dalla FAO per il 2030, che fanno sì che tutte le aziende, soprattutto quelle che riguardano il cibo e le bevande, che utilizzano così tante risorse del pianeta, facciano del loro meglio per uno sviluppo industriale più etico. 

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